26 luglio 2012

La Donna è una Madonna.

...Trascinata verso un Nuovo Oscurantismo


Ci sono due punti che a mio avviso è necessario chiarire allorché si discute del problema del “No alla violenza sulle donne”.
Chi ha una posizione “non-femminista”, non nega le cifre del femminicidio, né la gravità degli eventi omicidiari che ne sono alla base.
E da questo punto di vista occorre esser molto chiari: dire che chi parla in questo modo nega le cifre del femminicidio, è un comodo modo per criminalizzare il suo punto di vista, senza rispondere ai dati e alle obiezioni che porta (lo si fa diventare un negazionista che non non ha argomenti: cosa falsa).

Il problema è invece che oltre al femminicidio c'è una violenza nella coppia che è bidirezionale e appannaggio anche del genere femminile, che nella nostra società anche la donna è violenta quanto l'uomo, e che chi ragiona da “non-femminista” dà di tutto questo una spiegazione diversa (fatto fino a prova contraria permesso, in democrazia) del problema della violenza sulle donne.

Questa spiegazione è che la violenza nella coppia è appunto bidirezionale e simmetrica, e dipende dai nostri "valori" (meglio: "disvalori") culturali del momento.
Non è una violenza di genere, ma una violenza di relazione, ed emerge nelle relazioni perché la nostra è una cultura che non sa più gestire le frustrazioni e il crollo delle aspettative.
Da questo punto di vista il personale riferimento di chi scrive è, ad esempio, a Zygmunt Bauman.
Aggiungendo poi che, a mio parere, questa divisione fra “violenza di coppia” e “violenza nella strada”, “violenza negli stadi”, “violenza in...”, rischia di essere un pericolosissimo modo per banalizzare un fenomeno non inquadrandolo nella sua realtà globale, cioè non individuandone le radici all'interno del nostro insieme di valori ma escogitare ogni volta una spiegazione diversa (i tifosi sono violenti, gli automobilisti sono cattivi, e via di seguito) che occulta molto bene come tutto ciò dipenda invece dalla nostra personale partecipazione ad una cultura portatrice di violenza (spesso, proprio quando ostenta la lotta contro la violenza).
Agli eccezionali contributi di Bauman personalmente aggiungo una specifica: vedo nella violenza il modo che la nostra società da sempre ha di liberarsi della relazione o dei comportamenti sgraditi o non più appaganti.

Vediamo difatti la violenza nelle coppie eterosessuali ma anche nelle coppie omosessuali (un mio paziente è un omosessuale vittima di stalking da parte di un suo ex partner) ma abbiamo anche donne violente (una mia paziente, non lesbica, è una stalker accanita; un'altra mia paziente lesbica era continuamente brutalizzata dalla propria compagna quando tentava di allontanarsene)..
Vediamo la violenza dappertutto: per strada, nei parcheggi, nelle discoteche. Ci si ammazza e ci si fa male per tutto: non solo nella coppia.
Esistono i bulli maschi, ma anche tante bulle, e tante cyber bulle.

Tutto questo coincide con molti studi (citati in questo articolo: segui link), e corrisponde poi al dato (anche esso incontrovertibile: è un dato ISTAT) che 7/8 donne su 10 sentono di avere nella coppia lo stesso potere decisionale del proprio partner, e via di seguito. E soprattutto corrisponde alla cronaca quotidiana.

Secondo me, dunque (e qui viene il bello), identificare il “maschio” come colpevole della violenza sulle donne non solo è falso, ma anche pericoloso e, mi si perdoni, razzista e -guarda un po'- soprattutto oscurantista.

Intanto, sappiamo bene qual è il potere della vittima allorché -in nome del proprio esser vittima- chiede, che ne sia consapevole o no, una situazione di privilegio: in questo momento, tanto per fare un esempio, proprio i palestinesi pagano la realtà (e sottolineo: la realtà) di vittima del popolo ebraico.

Vi è poi un altro punto, da prendere in considerazione: la donna descritta da chi individua nel “maschio” il violento per genere, è una donna che corrisponde pienamente ai dogmi medievali, che vedono nella donna una immagine terrena della Madonna.

Che piaccia o no, la donna che si descrive in questi articoli è infatti Immacolata Concezione (nel senso che è priva di colpe e peccati: non sbaglia mai e nessuna parte in causa ha nel fenomeno della violenza), è sempre Martire (ha sempre e solo il ruolo della vittima), è Vergine (lo intendo in senso psichico: non vuole esser mentalmente, psicologicamente, affettivamente contaminata dai valori e dalle attitudini maschili, e rifiuta dunque una completezza per anelare ad una perfezione interiore).

A questa visione medievale della donna (che in realtà più di prima diventa allora prigioniera della propria impossibilità ad avere difetti e fare errori, ad avere colpe e ad assumersene responsabilità), si associa un'altra logica oscurantista, criminalizzante e psichiatrizzante.

Il 1968 ci aveva (definitivamente, almeno) spiegato che Lombroso era un inventore di assurdità: ma per il femminismo estremo, è il maschio maschio in quanto tale che è geneticamente portato alla violenza.
Perché un'altra mistificazione nasce proprio qua, da questo utilizzo delle teorie lombrosiane (o desunte dalla stessa epistemologia del Lombroso), rieditate come moderne attraverso un negato risciacquo nei fiumi (occulti) della sociobiologia.
E la mistificazione è che se si assume come ipotesi che il maschio sia violento “perché maschio”, sia che si voglia attribuire a tale natura di “violento” un percorso culturale e antropologico sottostante, sia che lo si dichiari come caratteristica implicita del maschile, si finisce in ogni caso per arrivare ad una spiegazione genetica della violenza maschile. Violenza che, e da questa spiegazione non se ne esce più, nasce come tale per via della maggior forza fisica dell'uomo rispetto alla donna.
Il che implica che da questo punto di vista questo femminismo estremo sta utilizzando davvero la logica che sottostava alle ideologie fondate sulla “biologia della razza”.
Il che significa allora essere pericolosamente, molto pericolosamente, vicini al vero nazismo.

Non se ne esce fuori, da questa logica, appunto perché se la violenza è di genere (e non degli individui), le sue radici affondano nella dimensione fisica, che ha improntato di sé l'eventuale esprimersi in valori culturali (il maschio è violento come genere perché fisicamente più forte, non essendoci altra spiegazione all'assunto. Tacendo sul fatto che ciò implica che è l'essere umano in sé ad approfittarsi della forza: erano tutti maschi i tenutari di Green Hill?)

Concepire la violenza come appannaggio del “genere maschile” appartiene dunque, nella mia opinione, alla più spaventosa e tragica epistemologia umana, quella da cui poi nasce la criminologia del Lombroso e la sua visione dell'essere umano, e, per di più, tutte le scienze della razza (in questo caso: le scienze della razza femminile verso quella maschile).
Il 1968 ci aveva poi spiegato che non esiste l'individuo “folle” (o violento, o criminale) in quanto tale, che il problema dei comportamenti devianti (in senso psichiatrico quanto criminale) non potesse esser cercato in una inesistente “monade” umana, ma in tutto il “sistema” nel quale siamo immersi e di cui condividiamo le regole (famiglia inclusa: ad esempio, noi sappiamo che molti comportamenti sono frutto delle modalità con cui la madre riesce a far elaborare al figlio le frustrazioni che nascono dal contatto con la realtà: ma nessuno pensa mai che dietro un uomo (e una donna!) violento possano esserci con estrema facilità madri che li abbiano infantilizzati, e padre parimenti disfunzionale: tutto viene ricondotto sbrigativamente alla sola colpa di “esser maschio” ).
Al momento, si assiste invece ad un riduzionismo estremo (il maschio è colpevole, tutte le altre spiegazioni e gli altri approfondimenti non solo sono bandite: sono eresia!), riduzionismo estremo che nega ogni valore alle relazioni e alle regole delle relazioni come portatrici di disvalori, e criminalizza solo l'anello finale (finale, ma non unico, dicono gli studi) di un problema gravissimo che esprime in realtà molto bene sia il peso dei disvalori della nostra cultura, sia come per l'ennesima volta la negazione di questi disvalori avvenga attraverso la proiezione razzista (generatrice per definizione di lager: concreti o del pensiero) su una categoria incaricata di sentirsi colpevoli per tutte le brutture umane (una volta erano i negri, poi lo son stati gli ebrei, prima ancora forse le donne, oggi, però, da criminalizzare sono i maschi).

La mia impressione è che qui si attribuisca la violenza sulle donne alla “malvagità” del nuovo mostro di questi anni (il maschio) e che questa interpretazione (sottolineo: interpretazione) riporti invece indietro di secoli, e verso posizioni razziste, intolleranti, criminalizzanti, dogmatiche, l'orologio delle scienze sociali e, soprattutto, del ruolo della donna.
Donna che, così, rischia di diventar sempre più vittima di nuovi oscuri dogmi.

23 luglio 2012

Lupi e Agnelli. Un thriller perfetto ambientato tra i disservizi e le atrocità dei Servizi Sociali


"La giustizia minorile, così come è strutturata, non può funzionare.
È proprio la giurisdizionalizzazione del conflitto genitoriale in sede di affidamento dei minori, la cui soluzione dovrebbe essere affidata come regola a professionisti in grado di gestire e non giudicare il conflitto, a creare i primi danni. Subito dopo, sono i modelli giudiziari adottati dal legislatore, privi della regola del necessario contraddittorio, a crearne di altri.

A ciò si aggiungono inefficienze delle strutture giudiziarie e amministrative, pressappochismo, incompetenze professionali e non ultimo un ruolo esercitato a volte come potere sovrano e assoluto. Certi assistenti sociali credono di essere, e in concreto lo diventano, i padroni despoti della coppia e dei minori."
Diego Giordano
il pezzo è tratto dall'intervista di Diego Giordano, Autore di Lupi e Agnelli, Todaro Editore, 2012, a http://theblogaroundthecorner.it/2012/07/lupi-e-agnelli-di-diego-giordano/

Diego Giordano è nato a Roma, ove vive, nel 1954.

È un Avvocato dello Stato e attualmente si occupa prevalentemente di diritto tributario e di diritto della privacy.

Si è occupato anche di pubblico impiego, di legislazione in materia di accesso, legislazione ambientale, espropriazioni e appalti. Ha avuto esperienze nel campo penale in processi contro la criminalità organizzata di stampo mafioso e per fatti di terrorismo. È stato consulente di qualche Ministro. Nel 2003 ha pubblicato con Editori Riuniti “E io ti aspetto, ricordalo”.

Nel suo nuovo romanzo -un giallo tutto da leggere- affronta il problema dell'inconcludenza e dei terribili disservizi che si annidano nell'operato di molti Servizi Sociali.

Dall'intervista di Alessandra Buccheri, del Blog "The Blog Around The Corner"

AB – Che genesi ha Lupi e agnelli ? Quanto tempo è rimasto nella tua testa, quanto nel cassetto?
DG – Sinceramente, proprio non la ricordo, la genesi di Lupi e agnelli. Rammento che ho cominciato a pensare a un’organizzazione criminale di rango internazionale. Però non mi interessava tanto descrivere i suoi meccanismi di azione, i delitti, i responsabili. Volevo soprattutto capire le connessioni che una criminalità ad altissimo livello può intessere con i meccanismi istituzionali. Credo che uno dei più gravi problemi delle grandi civiltà burocratiche sia proprio che, molto spesso, fatti che sicuramente avrebbero rilevanza penale, riescono invece a essere travestiti da azioni, provvedimenti, formalmente del tutto legittimi, contro i quali non si può fare niente, nessun Giudice può intervenire. E poi, mi interessava l’assoluta indifferenza verso la persona umana, che diventa merce di scambio, come se fosse un oggetto. Una specie di rivisitazione moderna di quella che è stata chiamata la “banalità del male” in relazione alla tragedia della Shoah. Alla fine, si è aggiunto, ed è stata la naturale conseguenza delle meditazioni, il problema del “se” del rispetto della legge, della convenzionalità della legge statale rispetto a valori etici che forse sono molto, molto più importanti.
....
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AB – In che modo ti sei documentato?
DG – In gran parte è stata la mia esperienza professionale a suggerirmi domande e risposte, soprattutto per il mondo della burocrazia. Per quanto riguarda i servizi di assistenza sociale – e qui chiarisco, se mai ce ne fosse bisogno, che la scelta di ambientare i fatti a Vibo è unicamente una finzione letteraria – li ho presi dalla mia esperienza per così dire para-professionale nell’ambito di una vicenda familiare, non personale per fortuna, che ho dovuto affrontare. Ho visto cose inaccettabili in una società civile. La giustizia minorile, così come è strutturata, non può funzionare. È proprio la giurisdizionalizzazione del conflitto genitoriale in sede di affidamento dei minori, la cui soluzione dovrebbe essere affidata come regola a professionisti in grado di gestire e non giudicare il conflitto, a creare i primi danni. Subito dopo, sono i modelli giudiziari adottati dal legislatore, privi della regola del necessario contraddittorio, a crearne di altri. A ciò si aggiungono inefficienze delle strutture giudiziarie e amministrative, pressappochismo, incompetenze professionali e non ultimo un ruolo esercitato a volte come potere sovrano e assoluto. Certi assistenti sociali credono di essere, e in concreto lo diventano, i padroni despoti della coppia e dei minori. In un attimo possono decidere, con un bagaglio culturale e professionale che, se posso permettermi, in certi casi è realmente modesto ed è privo perfino di buon senso, che un bambino o una bambina non rivedranno mai più i genitori. Dopo dieci, venti, trent’anni, quei genitori biologici non saranno più nessuno per quei bambini e le protesi artificiali che erano state date a questi ultimi solo raramente saranno riuscite a colmare il vuoto, che sarà invece una ferita aperta per sempre.
Un’amministrazione mediocre, che tira a campare. Salva qualche eccezione, dentro ci sta gente che alle spalle ha solo meriti elettorali o concorsi di comodo. Gente che passa la vita a cercare il modo di lavorare meno possibile. Siamo nella burocrazia dell’ignavia, della poca voglia di lavorare, del piccolo favore personale. (pagina 67)
Un volume avvincente.
Uno squarcio su una realtà molto più probabile di quanto non sembri.
Una denuncia piena e completa sulle inefficienze e le orride superficialità di Servizi troppo spesso indolenti e incapaci. Quando non peggio

Lupi e agnelli (Todaro, 2012) di Diego Giordano
http://www.todaroeditore.com/lupi-e-agnelli-2/

19 luglio 2012

La 27 ora?
Allora è proprio ora di andare a dormire...!

dal Corriere.it















Basta considerare l'ennesima considerazione totalmente avulsa dalla realtà, comparsa oggi sotto forma di disperato e lagnoso intervento firmato Marta Serafini. Intitolato (l'americanismo dà sempre sostanza a ciò che sostanza forse non ha proprio): "Videogame e sexual harassment. Perché le giocatrici non si ribellano?"
Nel quale la Marta piange sul fatto che le videogiocatrici online, quelle che alla Playstetion giocano giochi anche violentissimi e pieni di morti, sangue, omicidi, stragi, eccetera, vengono insultate dai maschi e non si ribellano.
Dice lei...
Ma basta leggere, per piangere davvero: il post è quello fotografato qui sopra. Cliccare su qui e prepararsi a ridere.

Scoprirete come la Marta Serafini non sappia ricordare -né tanto meno ricordarsi- che il bullismo è sì in aumento.
Ma quello rosa.
Perché sono le adolescenti violente ad esser sempre più numerose.
Altro che giochi online. Quelle menano davvero. Aggrediscono, fanno male.
Ma Marta se ne dimentica e fa la lagna su come le ragazzine verrebbero insultate quando giocano alla Playstation.
Come se anche loro (leggete i commenti degli intervenuti) non insultassero.

E così, nel suo razzismo di genere, la Marta si dimentica che se c'è un comportamento criminale in ascesa è proprio quello delle ragazze adolescenti e bulle.
Ecco, qua sotto, il link verso un articolo che ne parla. La dr.ssa Serafini può leggerlo e prenderne appunti.
E nel caso citarlo nel prossimo articolo. Onestà intellettuale permettendo.
Il finale di questo sul preteso harassment da Playstation è infatti uno stupendo esempio di mistificazione.


Perché le giocatrici non si arrabbiano e non fanno fronte comune per mettere fine a questa abitudine terribile? Gli insulti online sono davvero “normali”?



Si chiede infatti la Marta Serafini.
Creando quella che è una classica "illusione di alternative": il problema non è infatti se questi insulti siano o no normali. Perché molto probabilmente esprimono sicuramente un disagio.

Ma quello che non è normale, dottoressa Serafini -meglio: che non è affatto giusto e nemmeno sano- è attribuire, con violenza e razzismo, questo comportamento ad un genere solo, quello maschile.

27 Ora?
E' ora di andare a dormire, dottoressa!


17 luglio 2012

Dottoressa Luisa Betti, ci scrive la sua versione?
Ma dei fatti: non dei pareri...


Come si sa, la dr.ssa Betti (professionista competente e preparata, come da foto qui a sinistra) si sente a rischio quando parla di PAS.

Ci riferiamo al suo post, qui linkato e sotto riprodotto in foto, con il quale chiude (vedasi il nostro intervento sottostante, qui linkato), una discussione sulla PAS e sul Mobbing Genitoriale avviatasi sul suo blog de “Il Manifesto”

Secondo noi la dr.ssa Betti non è affatto a rischio; e siccome non ha mai risposto alle nostre precisazioni e alla nostra versione dei fatti, ma ha chiuso la discussione sul suo blog censurando tutti i nostri interventi senza darcene mai una spiegazione, la vogliamo invitare a scrivere qui -appunto- la sua versione dei fatti.

Con il termine di (ci si passino le ripetizioni) “ versione dei fatti” non intendiamo ovviamente i suoi commenti su di noi, ma la cronaca -per filo e per segno- di cosa hanno scritto, e di chi lo ha scritto, in relazione a quanto afferma sul suo post.

La dottoressa, infatti, fa solo commenti e mette insieme notizie confuse senza identificare niente e nessuno.

Vorremmo allora che -sul suo blog, o anche su questo (pubblicheremo integralmente tutto quello che ci manderà)- ci dicesse chi è intervenuto uol suo blog, quando, chi secondo lei ha scritto sul suo blog e sul sito di Adiantum, e via di seguito.

Così vediamo come stanno le cose, e chi veramente porta avanti una “caccia alle streghe”. O agli streghi.



15 luglio 2012

Luisa Betti è a rischio? Si!
...Di giocare troppo con la verità


La dottoressa Luisa Betti non dice la verità: e non la dice giocando con le chiacchiere e le parole, e giocando bene.

Per la precisione, giocando come farebbe una brava, e bella, bambina, che vuol sembrare tanto assennata, ma tanto da diventare la prima della classe e, soprattutto, battere quei cattivoni dei maschi.

Gioca cioè sulla verità, e su quello che della verità dice, non dice, e fa credere di mostrare bene, e dunque di dimostrare altrettanto bene.

Gioca, cioè, esattamente come ci si aspetta che giochi una professionista intelligente, competente, preparata e bella, qual è lei (come si nota dalla foto posta ad inizio del testo).

Tutto ciò lo si scorge molto chiaramente leggendo il nuovo scritto che ha pubblicato sul suo blog de "il Manifesto", e intitolato “Quando chi scrive “è a rischio”: un post nel quale tenta di manipolare la verità di come siano andate le cose, approfittando del proprio ruolo di giornalista credibile di uno spazio giornalistico letto da non poche persone.

Se ne approfitta del proprio ruolo, insomma, tagliando gli interventi scomodi che non le piacciono e lasciando quelli che le fanno comodo, e inventando -per queste mossette da piccola censora- le spiegazioni che più le fanno comodo: tanto, come ammette lei stessa, può impedire alla gente di intervenire e dunque nessuno può sentire una voce contraria.

In sintesi, la dottoressa Betti utilizza il proprio ruolo di giornalista (che può gestire come vuole gli spazi a disposizione), tagliando quello che vuole e affermando quello che le piace, e che è credibile (credibile, ovviamente, soprattutto per chi è imbevuto dello stereotipo che chi parla da sinistra, e -soprattutto- è una donna, può dire solo e sempre la verità).

La dottoressa Betti avvia insomma un gioco che è quasi come quello delle tre carte: perché nasconde abilmente alcune notizie e informazioni, e altre le riunisce come se fosse un tutt'uno, e crea un quadretto mistificato e mistificatorio dei fatti di cui si lagna.

Ovviamente arrivando a confermare -e in fondo sacralizzare- la propria immagine di donna democratica, disponibile al dialogo e al confronto, intelligente, ma ovviamente aggredita e maltrattata, verbalmente ed ideologicamente, proprio dalle persone a cui lei -sic! Quanto buona e dolce è lei! Sic! Quante dolorosa è la vita!- cui lei, dicevamo, aveva dato tanto spazio e tanta disponibilità.

La solita favola insomma, della bambina buonissima, onesta e generosa, che viene maltrattato dal maschio cattivone: una favola, dunque, che persone vittime di ideologismi come quello da cui è affetta la dottoressa Betti, devono fissamente (e a volte sembra proprio: ossessivamente), riproporre, forse per garantirsi un proprio equilibrio personale, più che professionale.

Nello specifico, la dottoressa in questione ha riproposto in un articolo del blog de "Il Manifesto" i motivi della chiusura dello spazio di discussione che l'intrepida, coraggiosa, bella, competente, preparata, trasparente, onesta, eccetera eccetera eccetera giornalista, aveva dedicato alla trattazione del tema del "mobbing genitoriale" della PAS.

Ovviamente andando sin dal titolo a rimestare nel pentolone ideologico-statistico del "rischio" femminile.

Il quale pentolone ideologico-statistico, ISTAT docet, non distingue mai -nella “violenza contro la donna”- fra critica a come costei ha cucinato gli spaghetti e una decina di coltellate infertile dall'amante, magari lesbica (vedi al proposito articoli qui linkati).

La Betti rimesta dunque in questo ideo-minestrone, e solleva le solite ritualità linguistico-vittimologioche:
"
Pare non ci sia modo, per le donne," proclama la Betti “di discutere pubblicamente con serenità senza trovarsi oggetto di denigrazione e offesa da parte di chi non sa rinunciare all’idea della propria superiorità. E nel caso della Pas, chi ne parla “contro” è addirittura “a rischio”.

Laddove è falso proprio il primissimo assunto di questo Betti-pensiero, cioè quello in cui si accora perché alle donne è impossibile scrivere, e sono a rischio se lo fanno. Sppecie parlando di PAS.

Perché semmai è proprio lei -con la scusa di una vittimologia indimostrata e autoreferenziale- ad aver impedito agli uomini di scrivere quello che a lei non piaceva.

E per poterlo spiegare, e per poter spiegare come mai ha chiuso quello spazio per impedire appunto l'intervento di un uomo che diceva cose a cui lei evidentemente non sapeva replicare, la dottoressa è ricorsa ad una evidente mistificazione.

E ha spiegato di aver chiuso quello spazio nel suo blog perché non sopportava di essere stata aggredita su altri siti dalle stesse persone a cui lei aveva dato spazio nella sua discussione.

E questa è la prima vera e propria mistificazione, ed è una mistificazione a mio avviso molto grave.

La dottoressa Betti, infatti, nell'attribuire questa pretesa aggressione che sarebbe avvenuta su altri siti, non indica chiaramente chi ne siano gli autori, ma lascia credere che ad aver scritto l'articolo sia stato io.

Tecnicamente, ottiene tale effetto contando sul fatto che l'unico che polemizzava contro i concetti sostenuti da lei ero io, e che io ero poi l'unico cui potesse attribuire, in quel contesto, l'ipotesi che avessi scritto quell'articolo su Adiantum.

A prescindere dal fatto che quella nota su Adiantum.it contiene critiche forse dure ma sicuramente da discutere (vi si sostiene che se un blog si chiama “Prima le donne e le bambine” ignora i bambini vittima di violenza per un'operazione sessista), e che sono dunque critiche che solo una parte personalità gravemente antidemocratica e violentemente tesa a chiudersi ad ogni confronto può invece definire come aggressive e violente, vi è poi un dato ben dirimente sulla mistificazione operata dalla dr.ssa Betti.

Per chiarire la vicenda, avevo più volte cercato di pubblicare un post nel quale dichiaravo che non avevo alcun rapporto con Adiantum ed il suo sito, e che non avevo nulla a che fare con quell'articolo, che non era in alcun modo opera mia.

Pertanto, se la dottoressa Betti pensava di poter creare l'associazione fra “persona che scrive qua dentro”, e “dottor Giordano” per definire il “dottor Giordano” come un traditore che qui dialoga con me e su altri siti mi offende, si sbagliava di grosso.

Primo perché in quell'articolo non vi erano offese, ma -semmai- critiche, a cui la dottoressa Betti avrebbe fatto bene a rispondere (salvo dover denunciare che i dibattiti e le critiche corrette sono solo i suoi, a suo parere).

Secondo, perché con quell'articolo e quel sito io non c'entravo nulla.
E questa è la prima contraffazione e mistificazione: la dottoressa Betti si è ben guardata dal pubblicare la nota con la quale chiarivo che non ero affatto io l'autore di quell'articolo.

Evitava così, grandiosamente, di metter in crisi tutta la costruzione teorica dell'alibi con cui impediva la pubblicazione di notizie cui non voleva dar visibilità e a cui non sapeva rispondere

Alibi che poggiava sull'identità fra chi interveniva sul blog da lei tenuto (io), e chi aveva scritto l'articolo su Adiantum.

Questa dunque la prima contraffazione e mistificazione: la dottoressa Betti evitava di pubblicare la mia smentita, perché era per lei funzionale mantenere la confusione fra chi l'ha criticata esternamente al suo blog e chi invece portava avanti il confronto in quella sede.

In tal modo aveva l'alibi per non dover più pubblicare i miei interventi e, soprattutto, per rispondere alle domande che le facevo, e a cui probabilmente non sa -o non può- rispondere

La seconda mistificazione avviene sempre attraverso la censura dello stesso scritto nel quale chiarivo di non essere l'autore del testo pubblicato su Adiantum.

In quell'articolo, che cominciava comunque con il mio offrire tutta la mia solidarietà alla dottoressa Betti, le facevo -successivamente alla smentita relativa all'ipotesi che l'articolo su Adiantum l'avessi scritto io- una domanda abbastanza precisa su quello che poteva essere la natura vera di un certo femminismo.

La domanda partiva da un fatto constatabile da tutti: io stesso ero stato aggredito sul blog tenuto dalla dottoressa Betti, mi era stato dato dell'impostore, ero stato indicato come professionista che propaganda le idee di un impostore e di un difensore dei pedofili.

La dottoressa Betti non aveva però mosso nemmeno mezzo tasto per intervenire a difesa della mia professionalità e della mia correttezza.

Mi aveva lasciato insultare ed offendere senza in alcun modo intervenire, senza ritenere riprovevoli e contrari alle regole del corretto confronto quei termini usati, e via dicendo.

Quando poi lei era stata oggetto di critiche sul sito esterno, si era immediatamente cominciata a lamentare e, mi perdoni il termine, a frignare come una bambina cui hanno tolto dalla boccuccia la caramella.

Nel mio intervento le aveva fatto notare questa disparità di trattamento, le avevo chiesto se lo riconosceva, e le avevo chiesto se non fosse in questa differenza l'essenza di un certo femminismo: indicare immediatamente come vittima di "violenza" qualunque donna che fosse vittima di un confronto non gradito, e ignorare tranquillamente e senza alcuno scrupolo quando violenze molto peggiori vengono operate su uomini , e soprattutto di uomini che dicono cose sgradite alle donne belle, intelligenti, competenti, trasparenti, preparate, bravissime, qual è la dottoressa in questione.

La dottoressa Betti non ha pubblicato in alcun modo questo mio intervento.
Lo ha censurato senza alcun scrupolo, e così facendo mi ha impedito due cose:
1) chiarire che non ero io l'autore dell'articolo dal quale lei si sentiva offesa e aggredita, e che dunque non era assolutamente giustificato il suo tentativo mistificante di creare una relazione fra chi aveva scritto quell'articolo e me, facendo credere (e, peggio ancora, senza tuttavia dirlo ma senza nemmeno lasciarmelo smentire) che fossi io l'autore dell'articolo Adiantum.
2) esprimere un sacrosanto parere su quella che a me sembra una modalità di fondo del femminismo, cioè l'equazione “la donna è sempre vittima – l'uomo è sempre colpevole”, col quale la dottgoressa Betti poteva confrontarsi e, se trovava argomenti, rispondere.


In sintesi la dottoressa Betti mi ha impedito sia di rettificare una notizia e dire la mia verità su qualcosa che lei affermava o, meglio, faceva credere dal suo blog relativamente a me, e mi ha poi impedito di esprimere un'opinione che poteva essere abbastanza funzionale a descrivere certe filosofie femministe

Ovviamente, ha continuato così com'è capace di continuare: ha cioè aperto un altro post sul blog de "il Manifesto", e ha spiegato che non poteva continuare la discussione sul MOBBING di genitoriale e sulla PAS perché della gente aveva scritto delle cose molto brutte contro di lei ed era la stessa gente che poi partecipava al confronto su blocca.

Il che è falso, come sopra dimostrato.

Il nuovo post scritto dalla dr.ssa Betti, e tutto il suo precedente comportamento, dimostrano con ben chiara evidenza come l'operato della dottoressa Betti sia consistito fondamentalmente nel tappare la bocca a chi dice cose sgradite utilizzando mistificazioni e censure verso chi puntualizzava dati precisi e poneva domande troppo impegnative.

Il tutto approfittando di poter manovrare una certa porzione di mass media. 

Complimenti alla democraticità femminile e rosea!


Biblio




Post Scriptum:
A scanso di equivoci e confusioni, è chiaro che qualora e quando la dr.ssa Luisa Betti volesse pubblicare qui una sua risposta in proposito, avrà tutto la spazio che chiederà



14 luglio 2012

Lupi e Agnelli. Un thriller perfetto ambientato tra i disservizi e le atrocità dei Servizi Sociali


"La giustizia minorile, così come è strutturata, non può funzionare.
È proprio la giurisdizionalizzazione del conflitto genitoriale in sede di affidamento dei minori, la cui soluzione dovrebbe essere affidata come regola a professionisti in grado di gestire e non giudicare il conflitto, a creare i primi danni. Subito dopo, sono i modelli giudiziari adottati dal legislatore, privi della regola del necessario contraddittorio, a crearne di altri.

A ciò si aggiungono inefficienze delle strutture giudiziarie e amministrative, pressappochismo, incompetenze professionali e non ultimo un ruolo esercitato a volte come potere sovrano e assoluto. Certi assistenti sociali credono di essere, e in concreto lo diventano, i padroni despoti della coppia e dei minori."
Diego Giordano
il pezzo è tratto dall'intervista di Diego Giordano, Autore di Lupi e Agnelli, Todaro Editore, 2012, a http://theblogaroundthecorner.it/2012/07/lupi-e-agnelli-di-diego-giordano/

Diego Giordano è nato a Roma, ove vive, nel 1954.

È un Avvocato dello Stato e attualmente si occupa prevalentemente di diritto tributario e di diritto della privacy.

Si è occupato anche di pubblico impiego, di legislazione in materia di accesso, legislazione ambientale, espropriazioni e appalti. Ha avuto esperienze nel campo penale in processi contro la criminalità organizzata di stampo mafioso e per fatti di terrorismo. È stato consulente di qualche Ministro. Nel 2003 ha pubblicato con Editori Riuniti “E io ti aspetto, ricordalo”.

Nel suo nuovo romanzo -un giallo tutto da leggere- affronta il problema dell'inconcludenza e dei terribili disservizi che si annidano nell'operato di molti Servizi Sociali.

Dall'intervista di Alessandra Buccheri, del Blog "The Blog Around The Corner"

AB – Che genesi ha Lupi e agnelli ? Quanto tempo è rimasto nella tua testa, quanto nel cassetto?
DG – Sinceramente, proprio non la ricordo, la genesi di Lupi e agnelli. Rammento che ho cominciato a pensare a un’organizzazione criminale di rango internazionale. Però non mi interessava tanto descrivere i suoi meccanismi di azione, i delitti, i responsabili. Volevo soprattutto capire le connessioni che una criminalità ad altissimo livello può intessere con i meccanismi istituzionali. Credo che uno dei più gravi problemi delle grandi civiltà burocratiche sia proprio che, molto spesso, fatti che sicuramente avrebbero rilevanza penale, riescono invece a essere travestiti da azioni, provvedimenti, formalmente del tutto legittimi, contro i quali non si può fare niente, nessun Giudice può intervenire. E poi, mi interessava l’assoluta indifferenza verso la persona umana, che diventa merce di scambio, come se fosse un oggetto. Una specie di rivisitazione moderna di quella che è stata chiamata la “banalità del male” in relazione alla tragedia della Shoah. Alla fine, si è aggiunto, ed è stata la naturale conseguenza delle meditazioni, il problema del “se” del rispetto della legge, della convenzionalità della legge statale rispetto a valori etici che forse sono molto, molto più importanti.
....
....

AB – In che modo ti sei documentato?
DG – In gran parte è stata la mia esperienza professionale a suggerirmi domande e risposte, soprattutto per il mondo della burocrazia. Per quanto riguarda i servizi di assistenza sociale – e qui chiarisco, se mai ce ne fosse bisogno, che la scelta di ambientare i fatti a Vibo è unicamente una finzione letteraria – li ho presi dalla mia esperienza per così dire para-professionale nell’ambito di una vicenda familiare, non personale per fortuna, che ho dovuto affrontare. Ho visto cose inaccettabili in una società civile. La giustizia minorile, così come è strutturata, non può funzionare. È proprio la giurisdizionalizzazione del conflitto genitoriale in sede di affidamento dei minori, la cui soluzione dovrebbe essere affidata come regola a professionisti in grado di gestire e non giudicare il conflitto, a creare i primi danni. Subito dopo, sono i modelli giudiziari adottati dal legislatore, privi della regola del necessario contraddittorio, a crearne di altri. A ciò si aggiungono inefficienze delle strutture giudiziarie e amministrative, pressappochismo, incompetenze professionali e non ultimo un ruolo esercitato a volte come potere sovrano e assoluto. Certi assistenti sociali credono di essere, e in concreto lo diventano, i padroni despoti della coppia e dei minori. In un attimo possono decidere, con un bagaglio culturale e professionale che, se posso permettermi, in certi casi è realmente modesto ed è privo perfino di buon senso, che un bambino o una bambina non rivedranno mai più i genitori. Dopo dieci, venti, trent’anni, quei genitori biologici non saranno più nessuno per quei bambini e le protesi artificiali che erano state date a questi ultimi solo raramente saranno riuscite a colmare il vuoto, che sarà invece una ferita aperta per sempre.
Un’amministrazione mediocre, che tira a campare. Salva qualche eccezione, dentro ci sta gente che alle spalle ha solo meriti elettorali o concorsi di comodo. Gente che passa la vita a cercare il modo di lavorare meno possibile. Siamo nella burocrazia dell’ignavia, della poca voglia di lavorare, del piccolo favore personale. (pagina 67)
Un volume avvincente.
Uno squarcio su una realtà molto più probabile di quanto non sembri.
Una denuncia piena e completa sulle inefficienze e le orride superficialità di Servizi troppo spesso indolenti e incapaci. Quando non peggio

Lupi e agnelli (Todaro, 2012) di Diego Giordano
http://www.todaroeditore.com/lupi-e-agnelli-2/

09 luglio 2012

Confronto? Macché! La dr.ssa Luisa Betti (Blog del Manifesto) censura gli interventi che dimostrano la sua faziosità

La dr.ssa Betti (molto intelligente e preparata: la vedete qui a lato), che gestisce il Blog del Manifesto, teme evidentemente le critiche.
E, soprattutto, teme evidentemente le dimostrazioni di come il suo esser democratica finisce laddove si va a chiedere conto di una effettiva parità di diritti tra uomo e donna.


Una parità che ideologicamente -e qui sembra proprio esserci la dimostrazione- la dr.ssa Betti chiede, ma nega quando dovrebbe ammettere che quando le offese sono rivolte alla donna (e a lei, soprattutto), si ha il diritto a lamentarsi e ad esecrare la violenza ricevuta.


Quando invece le offese le ricevono gli uomini, soprattutto quelli che non sono d'accordo con lei, alla dr..sa Betti non importa nulla.
Peggio: censura chi le fa notare che lei per prima usa due pesi e due misure.


Si lagna e si lamenta e si definisce vittima di violenza quando si percepisce aggredita e offesa su altri siti, ma è stata la prima a restare indifferente e zitta quando -proprio sul suo blog- hanno aggredito e offeso me.


Censurando poi il post nel quale le chiedevo conto di questa differenza: evidentemente non  ha argomentazioni con cui rispondere.


E, soprattutto, deve mettere a tacere il dissenso.


Nel post immediatamente precedente di questo blog ( "Il blog del Manifesto "Prima le donne e bambine": i soliti "due pesi e due misure"?") avevamo descritto la vicenda.


Sul blog tenuto dalla dr.ssa Betti era comparso un suo post, a firma sua, nel quale la stessa si lagnava delle offese che avrebbe ricevuto sul sito di Adiantum.
Un articolo della Redazione di Adiantum avrebbe definito il suo blog discriminatorio e sessista, e avrebbe offeso la sua professionalità con altri commenti.


Quando la dr.ssa Betti se ne era lagnata, ero intervenuto io, sostenendo che anche io ero stato offeso sul suo blog, e che, fatto ancora più grave, anche io ero stato accusato di essere un truffatore che dava credito ad un impostore come Gardner e quasi difendeva i pedofili e aggrediva le mamme disperate.


Ma la dr.ssa Betti, dicevo nel commento che volevo far pubblicare, aveva lasciato correre tranquillamente, ignorando ogni offesa e ogni aggressione a me e alla mia professionalità, e lasciandole tranquillamente correre.


Nel mio commento le chiedevo se questo non fosse dunque lo specifico di un certo tipo di femminismo: pronto a lagnarsi terribilmente appena viene toccata una donna, pronta a lasciar correre ogni aggressione quando aggredito è l'uomo.


La dr.ssa Betti non ha mai pubblicato il mio post e ora l'ha definitivamente censurato.


Come si può notare, infatti, andando all'indirizzo del blog del Manifesto, all'articolo in questione, l'intervento che io avevo scritto, e che sino a ieri sera era "in attesa di approvazione", non esiste, ed è stato rifiutato.


Morale: la dr.ssa Laura Betti parla di democrazia e dialogo solo quando le fa comodo e censura gli interventi che dimostrano come l'ideologia che la guida è conferire sempre alla donna il ruolo di vittima e al maschio quello di vessatore.


La censura di cui ha fatto oggetto il mio intervento dimostra che le cose stanno, spesso, esattamente al contrario.
La censura di cui mi ha fatto oggetto la dr.ssa Betti è un atto di violenza al dialogo e al confronto.
Un mettere a tacere il dissenso quando porta argomenti inoppugnabili contro gli stereotipi che guidano spesso il suo operato.
Altro che Adiantum!
Altro che difesa dei diritti umani!!
Qui c'è la censura vera!!!







A sinistra, la foto dell'intervento che era stato postato ed era in attesa di approvazione.
La dr.ssa Betti l'ha censurato: vi si sosteneva appunto che l'ideologia femminista usa due pesi e due misure a seconda che l'obiettivo dell'aggressione sia maschio o femmina.
Con questa censura la dr.ssa Betti dà ragione piena a quell'intervento.


Questo era il testo:

Egregia dr.ssa Betti,
ha tutta la mia solidarietà.
Però, volendo fare l’avvocato del diavolo, vorrei esporre un mio punto di vista.
Premetto che non ho alcun rapporto di alcun tipo con Adiantum, che non so chi abbia firmato quel pezzo e che non condivido nemmeno tutte le impostazioni di Adiantum (ad es., sull’affido condiviso nicchio un po’: ritengo non sia possibile una algebrizzazione dei contatti, ma che occorra instaurare una cultura della relazione vs la cultura del diritto dei singoli).
Il mio punto di vista è che anche io sono stato oggetto -insieme ad altri- di attacchi alla persona.
A me personalmente hanno contestato una professionalità truffaldina (spaccerei per malattia una frode), mi hanno tacciato di dar credito e propagandare le teorie di un impostore, e di essere maschilista dalla parte dei padri.
Non mi è sembrato di sentire nessuna voce che si levava a tutela del mio diritto a non passare per un professionista scorretto, che spaccia teorie false e propaganda quelle di un impostore.
Lei ha si permesso il dialogo, ma ha permesso che si dicesse anche questo, di me (e di altri). E ha in sostanza permesso che svilissero me, la mia professionalità, il mio impegno.
Però io non ho detto niente, l’ho considerato parte di un confronto aspro, e non mi sono lamentato: l’ho buttata anzi sull’ironia, alla fine.
Mi permetta dunque una brutta provocazione -credo che lei se lo può permettere proprio perché capace di accettare un dibattito anche urticante e a volte offensivo.
Ma non sarà questa, a volte se non spesso, l’essenza di un “femminismo” che allorché lo svilimento e l’offesa -la violenza- colpiscono la donna, la identifica subito come vittima, ma lascia poi correre senza alcuna remora, quando colpito è il maschio?
Grazie e mi scusi… l’ardire!”

07 luglio 2012

Il blog del Manifesto "Prima le donne e bambine": i soliti "due pesi e due misure"?











Sul blog de "Il Manifesto" 


IL MANIFESTO BLOG
   Prima donne e bambine. A cura di Luisa Betti
(http://blog.ilmanifesto.it/antiviolenza/ )
è in corso un dibattito abbastanza sostenuto sulla PAS (Parental Alienation Syndrome) 
(a questo indirizzo: http://blog.ilmanifesto.it/antiviolenza/2012/06/21/pas-no-mobbing-genitoriale-2/)

Il confronto è stato abbastanza aspro.
Ci sono state le solite accuse a Gardner, e i soliti punti di vista sulla PAS.
E' stato sostenuto che Gardner era un impostore nemmeno laureato in medicina, e che -come per esempio chi scrive- quanti "credono" alla PAS o "propagandano la PAS" propagandano una "falsa malattia" e danno credito ad un impostore, dal momento che non è dimostrato che Gardner fosse laureato.

Se la questione della PAS come sindrome nosografica autonoma ha una sua dignità epistemologica e nosografica (ma per questo è un tema sul quale solo specialisti ben competenti possono dire validamente la propria, gli altri limitandosi a poter esprimere opinioni da supporter o fan di questa o quella fazione, perché per dirimerla occorre conoscer bene la psichiatria e l'epistemologia della psichiatria, materie non certo accessibili ad un "Mario Rossi" qualsiasi), il contendere sulla laurea di Gardner è quanto meno risibile, e chi lo pone come pietra fondamentale per discutere della PAS, fa una serie di errori talmente marchiani da autodenunciarsi come vero e proprio incompetente del settore.

Gardner non avrebbe mai potuto scrivere su riviste scientifiche che sottoponevano i suoi articoli ai referee della commissione scientifica (82 suoi lavori risultano accreditati da Comitati Scientifici di riviste internazionali), e non avrebbe mai potuto esercitare come esperto di psichiatria e come testimone in circa quattrocento cause nei tribunali americani, perché se il suo curriculum non avesse contenuto laurea e specializzazione i suoi scritti e le sue testimonianze sarebbero stati bloccati dai controlli delle Riviste e dei Tribunali americani, senza considerare cosa avrebbero potuto dire e fare i legali delle parti contro cui Gardner si presentava (lo avrebbero distrutto prima di comparire in aula).


Opinioni del genere esprimono una grande puerilità argomentativa, ma soprattutto la volontà di offendere e delegittimare Gardner e colpire con accuse offensive e prive di argopmentazioni chi lavora alle sue teorie(non necessariamente condividendole tutte), perché è come accusare il professionista che le utilizza di essere un truffatore che spaccia malattie false inventate ad arte da uno che non era nemmeno un medico.


Offese, dunque.
Ed è proprio questo il punto. 


Perché - spostiamoci un attimo di notizia- di questo blog de Il Manifesto si è parlato anche sul sito di Adiantum.it.

In termini certo molto critici, verso la dottoressa Betti e verso il blog da lei gestito, accusati di essere di parte e di privilegiare la tutela delle bambine e delle donne vittime di violenza, ignorando che anche i bambini e gli uomini sono vittime di violenza.


Premetto che, per quanto mi riguarda e sino ad ora, la dr.ssa Laura Betti, amministratrice del blog, ha sino ad ora lasciato ampia libertà a chiunque scrivesse. 

Adiantum ha però una sua visione di tale blog e così intitola il pezzo contro la dr.ssa Betti:

E così scrive:


"Chi è Luisa Betti ? Teorica del Femminicidio e sostenitrice della bufala del "ritorno alla patria potestà" che albergherebbe nel DDL 957 (c.d. Condiviso bis), dal suo stesso sito leggiamo che è "una giornalista esperta di Diritti Umani su donne e minori, e per Il Manifesto scrive su argomenti che riguardano violenza di genere, diritti dei minori, discriminazione e trafficking sessuale". Il suo blog è,come lei stessa scrive, "una finestra sulla violazione dei diritti delle donne e dei minori, un contributo e un tentativo di dare voce e visibilità a chi non riesce a difendersi, scoperchiando quel vaso di Pandora che riguarda la discriminazione di genere dove il silenzio incombe come una cappa indistruttibile e regna incontrastato in questo Paese. Ci sono notizie che riguardano la violenza sulle donne che non è solo violenza sessuale ma anche violenza psicologica, economica, fisica, fatta non solo da uomini “sconosciuti” ma anche a casa, nelle istituzioni, nei posti di lavoro, nelle scuole, tra la gente, in strada, ovunque. Ci sono approfondimenti sulla violenza assistita dai minori all’interno delle mura familiari e dei danni che causa, si parla di spose bambine, di stupri di guerra, del traffico di esseri umani che costringe minorenni di tutto il mondo a prostituirsi dopo essere state sottoposte a sevizie e violenze inaudite, di leggi che non tutelano e non salvano queste donne, di discriminazione a scuola, nel lavoro, nella politica, a casa, mentre cammini e mentre respiri, insomma da quando una donna viene al mondo".
Dio, viene l'ansia a leggerla. Di fronte a quanto scritto nell'ultimo rigo I 7.000.000 di donne vittime di violenza in Italia - che è un altra bufalona, questa volta dell'ISTAT - si mettono a ridere di gusto, tanto è pesante lo scenario che ha ritratto. A parte il fatto che in Italia di spose bambine non ne vediamo da qualche secolo, vuole spiegare la Betti che fine fanno i bambini (maschi) vittime del traffiking sessuale nel Sud-Est asiatico ? Lo sa la Betti che questi bambini vengono sfruttati esattamente come le bambine ? Lo sa o fa finta di non saperlo ?
Non importa, prima vengone le bimbe.
E i bimbi, i minori maschi vittime di pedofilìa e stupro ?
"Fatti loro", il suo blog non li contempla. Sono maschi e vengono "dopo". "

Argomentazioni che hanno un loro spessore, e sulle quali ci si potrebbe confrontare.

Personalmente non so chi abbia firmato l'articolo, e non ho alcun rapporto con Adiantum, ma se fossi nella dr.ssa Betti avrei risposto dal suo blog all'articolo, spiegando le mie ragioni.

La dottoressa Betti si è invece limitata ad esternare il proprio sentimento di offesa per la critica che a suo parere l'articolo contiene contro la sua professionalità e correttezza. Così scrivendo sul blog in questione:

"G.li lettori e lettrici, mi duole apprendere che mentre ospito sul mio blog e pubblicamente il dibattito sulla Pas e sul mobbing genitoriale senza neanche intervenire per lasciare piena libertà di espressione a tutti e tutte, sia i pro che i contro, sul sito di adiantum – in cui molti di quelli che qui sono intervenuti a favore della Pas e del ddl 957 scrivono e intervengono – apprendo che si mette in dubbio la mia professionalità, svilendo la mia persona e i temi di cui mi occupo, accusandomi di discriminazione e di incompetenza. Non so come leggere un tale comportamento, fatto sta che di certo non va a vostro favore. Pensavo si potesse interloquire con un dialogo costruttivo e non offensivo. Ma forse sono stata troppo ottimista. Grazie"

Si può obiettare molto a questo intervento. Sostanzialmente argomentando su due punti:
- la critica di Adiantum è una critica, condivisibile o meno, e non certo un'offesa. Adiantum si è limitato a scrivere che il blog in questione, e la dottoressa Betti, esprimono una posizione molto di parte, che pretendono di tutelare le donne e le bambine ma non uomini e bambini. Cosa c'è di tanto grave e tanto falso?
Ci si può offendere subito, appena si riceve una critica?
Da questo punto di vista, la cosa può sembrare quanto meno vessatoria: non esiste il diritto di critica, perché basta definire "una offesa" l'argomentazione che non piace. Comodo, no?

- la dr.ssa Betti ha lasciato correre sul suo blog molte offese alla professionalità e all'onestà verso alcuni intervenuti: primo fra tutti a chi scrive. Non si è mai indignata e non ha mai pensato di dover intervenire a tutela mia e della onestà delle mie affermazioni. Anche se di fatto a me hanno detto di peggio: che spacciavo malattie false, truffando di fatto la credulità popolare, e davo credito ad un impostore senza laurea.
Questo era scritto da interventi chiaramente anonimi o con nomi ...di fantasia, e sono affermazioni che fatte contro un medico come me sono pesanti e offensive.
Ma la dr.ssa Betti non è mai intervenuta, non si è offesa affatto, non le ha considerate affatto delle offese, e non ha pensato di dover tutelare la professionalità di nessuno.
E di certo non gliel'ho chiesto io.

Il punto diventa allora un altro.
Siamo in presenza -per caso?- di una delle tante prove per cui il pensiero "femminista" opera sempre con due pesi e due misure?
Quando le offese e le accuse di truffaldineria sono state fatte a me, cioè al "maschio maschilista", al professionista che (secondo chi mi criticava) difendeva le tesi "maschiliste", nessuno si deve offendere, nessuno si inalbera per le professionalità denigrate, nessuno interviene a lamentarsi ed invocare correttezza.
Quando invece le critiche sono state rivolte alla "femminista", subito la dottoressa si è sentita vittima, e se ne è lagnata sul blog, invocando ovviamente il dato che lei è stata liberale e democratica, ed in cambio ha ricevuto offese e accuse gratuite su Adiantum.
A parte il fatto che l'articolo su Adiantum poteva esser benissimo percepito solo come critiche cui rispondere con molti argomenti, siamo sempre in presenza dell'ideologia che si autoafferma, secondo cui vengono prima le donne e le bambine, e agli uomini e ai bambini si può dire (e fare) di tutto e nessuno interviene?
Ho scritto dunque una risposta sul blog.
Dopo un giorno e mezzo non è stata approvata. In genere, gli interventi dei "contrari alla PAS" vengono pubblicati dopo pochissime ore.
Pubblico dunque qui la mia risposta.
Che sicuramente sarà approvata dopo la pubblicazione di questo post...
Gaetano GIORDANO Scrive: Il tuo commento è in attesa di moderazione
6 luglio 2012 alle 00:14
Egregia dr.ssa Betti,
ha tutta la mia solidarietà.
Però, volendo fare l’avvocato del diavolo, vorrei esporre un mio punto di vista.
Premetto che non ho alcun rapporto di alcun tipo con Adiantum, che non so chi abbia firmato quel pezzo e che non condivido nemmeno tutte le impostazioni di Adiantum (ad es., sull’affido condiviso nicchio un po’: ritengo non sia possibile una algebrizzazione dei contatti, ma che occorra instaurare una cultura della relazione vs la cultura del diritto dei singoli).
Il mio punto di vista è che anche io sono stato oggetto -insieme ad altri- di attacchi alla persona.
A me personalmente hanno contestato una professionalità truffaldina (spaccerei per malattia una frode), mi hanno tacciato di dar credito e propagandare le teorie di un impostore, e di essere maschilista dalla parte dei padri.
Non mi è sembrato di sentire nessuna voce che si levava a tutela del mio diritto a non passare per un professionista scorretto, che spaccia teorie false e propaganda quelle di un impostore.
Lei ha si permesso il dialogo, ma ha permesso che si dicesse anche questo, di me (e di altri). E ha in sostanza permesso che svilissero me, la mia professionalità, il mio impegno.
Però io non ho detto niente, l’ho considerato parte di un confronto aspro, e non mi sono lamentato: l’ho buttata anzi sull’ironia, alla fine.
Mi permetta dunque una brutta provocazione -credo che lei se lo può permettere proprio perché capace di accettare un dibattito anche urticante e a volte offensivo.
Ma non sarà questa, a volte se non spesso, l’essenza di un “femminismo” che allorché lo svilimento e l’offesa -la violenza- colpiscono la donna, la identifica subito come vittima, ma lascia poi correre senza alcuna remora, quando colpito è il maschio?
Grazie e mi scusi… l’ardire!”


Ovviamente, attendo una risposta dalla dr.ssa Betti.
Ai due punti principali della questione:

1) Perché considera "offese" quelle di Adiantum, e non critiche cui rispondere?

2) Perché non è mai intervenuta quando le offese e le accuse di truffaldineria e spaccio delle teorie di un impostore hanno aggredito la mia professionalità e trasparenza di medico e professionista?

MORALE:
proprio questa uscita della dr.ssa Betti sembra dar ragione all'articolo di Adiantum.
Il suo intervento ed il suo precedente comportamento sembrano dimostrare che, per lei, le donne e le giornaliste non possono essere criticate: con la scusa che ogni critica è una offesa mettono a tacere la legittimità delle critiche.


Degli uomini si può invece dire di tutto.


Amen, allora...


Qui sotto, l'immagine del mio commento ancora in attesa di pubblicazione...